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di Chiara Bernardi

Con il battesimo tutti abbiamo ricevuto la chiamata a diventare creatura nuova e a partecipare al sacerdozio di Cristo. Ovviamente, ognuno di noi realizzerà questa chiamata e questa missione in modo diverso, a seconda della nostra originalità e dei doni che abbiamo ricevuto. Tante volte però i cristiani vivono passivamente, non sanno riconoscere la propria missione o pensano che solo pochi ricevano da Dio una chiamata particolare. Ma Dio non chiama qualcuno alla santità e qualcuno ad una vita mediocre! Dio rivolge la stessa chiamata a tutti i suoi figli, e per questo siamo chiamati a capire il valore infinito, universale, di ogni nostra azione e di ogni nostro passo interiore.

Offrirsi per essere trasformati

«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto»  (Rm 12,18-21). Queste parole di san Paolo ci aiutano a capire o ad approfondire il significato dell’offerta della nostra vita a Dio, che è la base della nostra chiamata cristiana. Offrire noi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, non vuol dire morire, ammalarsi o fare qualcosa di particolare, ma significa imparare a vivere come Dio vuole, imparare a consacrare a Dio i nostri corpi, ma anche i nostri sentimenti, le cose che facciamo, le persone e le situazioni collegate con noi. Vuol dire imparare a lasciar entrare Dio nella nostra vita e dare così un valore profondo a tutto ciò che facciamo. San Paolo aggiunge: «è questo il vostro culto spirituale». Il culto è una celebrazione, e il sacerdote è colui che presiede la celebrazione. Per questo vivere l’offerta a Dio vuol dire vivere pienamente il nostro sacerdozio regale, entrare nel sacerdozio di Cristo.

 Una celebrazione viva, nel quotidiano

Se vivere l’offerta vuol dire celebrare un culto spirituale, allora non potremo più vivere l’Eucaristia come qualcosa di staccato dalla nostra vita, da ciò che facciamo nella giornata. Al contrario, la nostra giornata dovrebbe essere un prolungamento dell’Eucaristia, un dare vita ai sacramenti che riceviamo.

Come possiamo vivere il sacerdozio regale nella nostra vita? Come far diventare culto, celebrazione le cose semplici che siamo chiamati a fare ogni giorno? Dobbiamo semplicemente imparare a fare nella nostra giornata gli stessi passi che siamo chiamati a fare in ogni Eucaristia: aprirci per vivere un incontro profondo con Gesù nella Messa, dovrebbe prepararci ad aprirci agli altri, a incontrare gli altri in Dio. Ricevere il perdono di Dio dovrebbe insegnarci a perdonare, ad aiutare gli altri a liberarsi da tanti pesi e da tanti sensi di colpa che li opprimono. Ascoltare la Parola di Dio dovrebbe portarci ad ascoltare tutti, a non chiuderci nelle nostre idee, ad aprirci alla comunione. Vivere il momento della consacrazione Eucaristica dovrebbe insegnarci a consacrare a Dio ogni nostro lavoro, ogni incontro, ogni pensiero o progetto. Ricevere la benedizione di Dio deve risvegliare in noi la chiamata ad essere benedizione. Ogni battezzato dovrebbe saper trasmettere la benedizione al creato, alle persone, alle situazioni incontrate ogni giorno, allontanando così il male. Se riusciremo a fare questi passi nella vita quotidiana, allora sperimenteremo la bellezza dell’offrirci insieme a Gesù nella Santa Messa, e sentiremo che realmente Gesù eleva al Padre tutto quello che abbiamo vissuto e cercato di offrire nella nostra giornata.

L’Eucaristia è un evento cosmico

«Per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» continua san Paolo nella sua lettera ai Romani (Rm 12,18.21). L’Eucaristia è un evento cosmico. Il sacerdote che celebra, abbraccia nel sacrificio eucaristico tutta l’umanità, vivi e defunti. Anche noi, se vogliamo vivere pienamente il nostro sacerdozio regale, dobbiamo desiderare il bene per tutti, lasciare i nostri giudizi e fare di tutto per aiutare gli altri, per vivere in pace con tutti. San Paolo dice: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene». Solo Gesù Cristo ha potere sul male; se noi, mediante l’offerta viviamo uniti a Lui, allora sperimentiamo la sua forza in noi. E più crescerà in noi l’amore di Dio, più sapremo vincere e allontanare il male da noi e dagli altri.

Non possiamo vincere il male con le nostre forze e tante volte non possiamo neanche risolvere o cambiare le situazioni negative. Ma se viviamo l’unione con Dio sperimenteremo che anche nella sofferenza il male non avrà potere su di noi, cioè non ci allontanerà da Dio, non spegnerà in noi la fede.

Un’accoglienza rispettosa

«Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non essere causa di inciampo o di scandalo al fratello» (Rm 14,1.12-13).

La maturità spirituale si esprime nel saper accogliere e rispettare gli altri, a qualsiasi livello si trovino. Per sapere come comportarci basta riflettere su come il Signore si è comportato e si comporta con noi. Gesù ci ha avvicinati ed accolti anche quando eravamo lontani da Lui; non ci ha mai umiliati, neanche quando non eravamo in grado di capire le sue parole, ma si è chinato sulla nostra piccolezza, aiutandoci a crescere e a maturare gradatamente.

Gesù instaura con noi un rapporto personale, senza paragonarci ad altri, senza metterci in competizione con altri. Anche noi dovremmo imparare a comportarci come Lui, dovremmo saper avvicinare gli altri con la sua stessa delicatezza, accogliendoci così gli uni gli altri con rispetto ed amore.

 


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di Chiara Bernardi

Nel messaggio dato a Mirjana il 2 maggio 2009 la Madonna diceva: “Voi permettete che il peccato vi tolga la capacità di discernimento”, e poi aggiungeva: “Guardatevi intorno e osservate i segni del tempo”. Nell’affrontare questo argomento la Madonna non si rivolge agli atei, al mondo che non conosce Dio, ma a coloro che vanno regolarmente a Medjugorje e che si sforzano di fare un cammino di conversione.

Molti pensano che discernere non sia importante, che sia sufficiente obbedire a dei comandi per essere sicuri di seguire la strada giusta (obbedire ai comandamenti, a quello che la Madonna ci insegna a Medjugorje, alle direttive della Chiesa, ecc); invece Maria ci fa notare che la capacità di discernere non deriva dall’obbedienza a delle leggi, ma è lo stato della nostra anima a determinare in noi la capacità di capire i segni dei tempi e discernere il bene dal male.

La Madonna cerca di farci uscire da ogni forma di passività, dal delegare ad altri il compito di dirci ciò che è bene o ciò che è male, di discernere per noi. Per questo ci fa notare che è il peccato che ci toglie la capacità di discernimento. Quale peccato? Naturalmente tutti i peccati. Dobbiamo però notare che la Madonna si rivolge a persone che cercano di vivere secondo le leggi di Dio, che si sforzano di non peccare, che si confessano, che pregano… Ci vuole quindi portare a riconoscere i livelli più sottili di peccato, vuole che la sensibilità della nostra anima si sviluppi e che diventiamo capaci di riconoscere anche le minime ombre che potrebbero offuscare in noi la vista spirituale.

Due possibili ostacoli

Tanti nostri atteggiamenti non sono peccati gravi di per sé, ma sono piuttosto imperfezioni che hanno però il potere di addormentare la nostra sensibilità interiore fino a impedirci di vedere chiaramente. Cerchiamo di analizzare due di queste imperfezioni che molte volte riscontriamo in noi: avere progetti propri ed essere incapaci di vivere la comunione.

Avere dei progetti propri è una cosa molto positiva quando significa essere creativi, attivi, capaci di decidere cosa sia meglio fare in ogni situazione; è una cosa molto positiva quando significa essere disponibili, capaci di partecipare all’opera creatrice di Dio mettendo tutte le nostre capacità e i nostri talenti a servizio dell’opera di Dio per il bene degli altri. Una persona che ha iniziativa, che fa progetti, è una persona “viva”, che vuole investire e far fruttare i talenti ricevuti da Dio.

Ma l’avere dei progetti propri è un grande ostacolo quando questi progetti diventano il nostro unico obiettivo, quando vogliamo realizzarli a tutti i costi.

Guardando superficialmente questi due atteggiamenti possono sembrare uguali: la differenza tra loro è molto sottile, eppure è la causa di tanti blocchi nella vita spirituale.

Può succedere, infatti, che anche coloro che cercano di fare un cammino spirituale serio, vivano per anni credendo di fare la volontà di Dio e non accorgendosi di seguire se stessi, i propri desideri o progetti. Facciamo qualche esempio. Un consacrato ha fatto un grande passo quando ha lasciato tutto per Dio, quando ha deciso di seguire la chiamata di Dio; ma poi può succedere che dopo aver lasciato tutto, inizi ad attaccarsi a delle piccole cose, a dei compiti, al proprio modo di pensare. Può iniziare ad interpretare la regola, il carisma della Comunità a modo suo e pretendere di imporre le sue visioni agli altri. Può fare tante cose, avere tante iniziative per sentirsi importante o per essere accettato. Allora è facile capire che anche un consacrato che ha fatto il passo di lasciare tutto per Dio, può poi cadere nella trappola di attaccarsi ad altre ricchezze ed essere incapace di rinunciare a tutto per essere davvero libero.

Senza interessi per essere liberi

La stessa cosa può succedere a chiunque, in qualsiasi stato di vita. Ci sono persone che dedicano molto tempo al volontariato, o che partecipano a molte riunioni o gruppi di preghiera: questo è positivo, ma diventa negativo se quelle stesse persone fuggono dalla realtà che li circonda, se fuggono dalla moglie, dai figli, dalle situazioni che invece richiederebbero la loro presenza.

Ci sono molti che lavorano per gli altri, che danno grandi somme in beneficenza, ma sotto quelle donazioni può nascondersi il bisogno di sentirsi importanti, o la pretesa che quello che hanno donato venga usato così come pensano loro.

Spesso incontriamo persone che pregano per la conversione di qualcuno nella propria famiglia, ma che poi non sanno rispettare la libertà degli altri e i tempi di Dio, perché  vorrebbero a tutti costi che gli altri diventassero come vogliono loro… E gli esempi potrebbero continuare…

L’uomo sa fare scelte eroiche (consacrarsi, offrirsi per la conversione di altri, donare le sue ricchezze in beneficenza), ma raramente sa mantenere pura e libera da ogni interesse quella scelta iniziale.

L’uomo sulla terra è continuamente tentato dal male: quando Satana vede che un’anima si è donata a Dio e che non può più tentarla nel modo classico, inizia a nascondersi dietro cose di per sé positive per portarla poco per volta a seguire dei piccoli egoismi, offuscando così la sua vista interiore. Per questo dobbiamo pregare Dio, chiedergli di aiutarci a riconoscere i nostri interessi anche piccoli, ma che ci impediscono di essere liberi.

Dio si svela poco per volta

Come possiamo essere sicuri che le nostre iniziative, le nostre intenzioni siano pure e libere da ogni interesse? Per prima cosa dobbiamo metterci in discussione, mettere in discussione tutto quello che abbiamo fatto e creduto buono fino ad ora. In Dio nulla è statico, per cui può succedere che se facciamo un cammino continuo, ciò che è stato bene per noi fino a ieri, oggi non lo sia più o comunque non sia più sufficiente. Dio si svela a noi poco per volta, nella misura della nostra crescita interiore, e ci svela la sua volontà, il suo progetto su di noi gradualmente, in base alla nostra maturità e ai passi che facciamo.

Per questo non possiamo mai dire di aver capito tutto, di sapere una volta per tutte cosa Dio ci chiede, perché il cammino di fede esige un cambiamento continuo, un’evoluzione continua. Siamo chiamati a decidere definitivamente di vivere per Dio, ma poi dobbiamo saper permettere al Signore di farci capire come concretizzare questa nostra decisione nelle diverse fasi della vita.

Un preghiera viva per capire

Un altro passo che dobbiamo fare per essere sicuri di essere liberi da ogni interesse è imparare a pregare così: “Signore, ti presento tutto quello che sto facendo, che sto vivendo, tutto quello che mi sembra bene fare; ti presento i doni e le capacità che Tu mi hai dato e che desidero mettere al tuo servizio. Aiutami a capire cosa vuoi che io faccia. Se sto seguendo dei progetti miei, fammelo capire nella preghiera, attraverso la condivisione con i fratelli o attraverso le situazioni della vita. Fa’ crollare tutto quello che ho costruito senza di Te”.

Spesso gli avvenimenti della vita fanno crollare tante cose, tanti progetti che avevamo: e proprio in queste situazioni o prove improvvise possiamo cadere nello scoraggiamento, possiamo cercare di lottare con le nostre forze per cambiare le situazioni, oppure possiamo accogliere queste prove come una grazia di Dio, senza ribellione, e dire al Signore: “Grazie per quello che fai nella mia vita. Fammi capire dove devo ricominciare, dove non ti ho capito fino in fondo, o dove ho seguito i miei progetti”. Se avremo questa capacità interiore di accogliere ogni avvenimento come una grazia, come un’opportunità per metterci in discussione e ricominciare, allora non saremo mai passivi, non cadremo nella staticità; allora saremo sicuri nel cammino perché ci sarà in noi il desiderio di lasciarci correggere da Dio.

L’incapacità di vivere la comunione

Nel libro “Oltre la grande barriera” leggiamo che nessuna anima entra da sola in paradiso, in paradiso le anime entrano a gruppi, come popolo di Dio (pag. 175-176). In un altro capitolo leggiamo che le anime che si trovano nei punti più bassi del purgatorio vivono una grande solitudine: Dio non permette loro di vivere la comunione perché non sono purificate e cercherebbero alleanze di interesse, perché il peccato impedisce la comunione autentica (pag. 164).

Queste spiegazioni devono aiutarci a comprendere il vero significato del termine comunione. Molte volte usiamo erroneamente questo termine e chiamiamo comunione lo stare bene insieme, l’amicizia, il condividere le nostre esperienze con qualcuno, il pregare insieme. Eppure le spiegazioni che abbiamo citato ci fanno capire che la comunione è ben altro. La comunione è quel legame spirituale che si crea naturalmente tra anime, tra persone che si donano a Dio senza interessi, che compiono la volontà di Dio, che si lasciano guarire e trasformare da Lui. Non dobbiamo essere perfetti per vivere la comunione (ognuno di noi dovrà progredire spiritualmente tutta la vita), ma dobbiamo aver raggiunto una base, esserci liberati dai nostri interessi, avere intenzioni pure, permettere al Signore di toccare e guarire le ferite che portiamo in noi. Se non abbiamo raggiunto questa base, i rapporti con gli altri (e anche il rapporto con Dio, con gli angeli, i santi), saranno sempre condizionati dai nostri interessi, o dominati da sentimenti non guariti, dalle nostre ferite.

Soli con Dio per essere con gli altri

È doloroso constatare che anche nel matrimonio, nella famiglia spirituale, le persone possono stare insieme, vivere a stretto contatto per anni, ma non entrare in comunione. Si può stare insieme per affinità di carattere, di idee, perché si hanno progetti o ideali in comune, ma se ogni singolo non è guarito, se non ha sacrificato a Dio i propri interessi, quelle unioni non dureranno perché verrà sempre il momento in cui le aspettative di qualcuno non si realizzeranno e allora nasceranno delusioni e divisioni. Se non superiamo il livello umano e non impariamo ad appoggiarci soltanto a Dio con il desiderio di compiere la sua volontà, non riusciremo a vivere la comunione: avremo sempre nuove aspettative nei confronti degli altri e saremo delusi.

Può vivere la comunione solo chi sa vivere la vera solitudine con Dio. Non parliamo qui del vivere soli, ritirati, lontano dagli altri, ma della solitudine che è incontro personale con Dio, dove mi lascio guardare e guarire da Dio; dove non cerco più nulla per me stesso, ma sperimento che Dio mi dona tutto, che se sono con Lui non ho bisogno d’altro. Solo in questo incontro personale con Dio in cui sperimento di ricevere tutto, posso liberarmi dalle mie pretese e aspettative, da tutto ciò che condiziona il mio rapporto con la realtà e con gli altri. Allora sarà Lui a darmi ciò di cui ho bisogno per compiere la mia missione sulla terra, sarà Lui a mettermi accanto persone con cui potrò vivere la comunione vera, sarà Lui a preoccuparsi di tutto per il mio bene.

Noi tante volte facciamo proprio il contrario: pensiamo di sapere cosa sia bene per noi e cerchiamo di spiegarlo a Dio (pensiamo a quante lamentele o pretese ci sono nelle nostre preghiere…). La realtà che ci circonda ci schiaccerà sempre e sarà sempre un ostacolo, finché nella solitudine non vivremo quel vero incontro con Gesù Cristo, con lo Sposo delle nostre anime, con l’unico che può aiutarci ad elevarci al di sopra di tutto e che può colmare ogni nostro vuoto e ogni nostro bisogno profondo.

Un dono di Dio 

La comunione è un dono di Dio, è una conseguenza della nostra donazione incondizionata a Dio e della donazione incondizionata di altre anime. Non è qualcosa che posso raggiungere con la mia decisione o con le mie forze, ma è il frutto dell’unione con Dio di più anime. La nostra fedeltà a Dio è l’aiuto più grande che possiamo dare agli altri. Spesso il nostro voler raggiungere una comunione umana a tutti i costi, non è altro che una fuga dalla sofferenza.

Per vivere la comunione vera dobbiamo essere pronti a rinunciare alle nostre attese e ai nostri desideri. La comunione è un dono di Dio e il Signore ci permetterà di viverla quando lasceremo da parte le nostre aspettative umane e quando cercheremo la sua volontà al di sopra di tutto. Allora sperimenteremo anche la comunione con la Chiesa celeste e diventeremo un dono per tutto il Corpo di Cristo.

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