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Archive for febbraio 2012

di Stefania Consoli

 

Tutto è pronto. Tutto ben misurato e adatto a ciascuno di noi. Dio ci ha guardato nel profondo e ha scelto per ognuno giorni ricchi di situazioni che potrebbero cambiare radicalmente il nostro cuore. Perché spesso è “di pietra”. E invece ci vuole un cuore morbido e ubbidiente per sperare resurrezione. Alla fine di questi giorni. Quaranta per l’esattezza.

Ci stanno davanti, uno dopo l’altro, pronti ad essere vissuti con buona volontà e gratitudine. Li accompagna una grazia tutta particolare, capace di raggiungere gli angoli più oscuri del nostro essere: quelli che hanno ancora paura della Luce perché non vogliono che si scopra il peccato che vi è annidiato, insieme alle antiche ferite mai consegnate a Dio e quindi incapaci di perdono; insieme alle nostre rabbie, alle frustrazioni, alle ribellioni che si sono accumulate nella nostra vita perché non ci siamo sentiti amati, né capiti e neppure accolti. Ed è proprio lì che c’è bisogno di luce, per cominciare a fare pulizia.

Preziose opportunità. Piccole e grandi chances di conversione, di revisione di vita, di riesame di quei sentimenti che spingono il nostro cuore a dipendere dalle cose che il mondo ci propone, e che noi accettiamo per non sentire il vuoto che la nostra infedeltà a Dio ci crea nell’anima: «Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» dice Mosé al popolo che lo ha seguito per quarant’anni nel deserto, «oggi, perciò, io ti comando di camminare per le sue vie, di osservare le sue leggi… Ma se il tuo cuore si volge indietro e se ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli… non avrete vita lunga» (Dt 30,15-17).

Sono parole che la liturgia ci pone innanzi proprio al’inizio del cammino quaresimale, punto in cui ci apprestiamo anche noi ad addentrarci nel nostro deserto per combattere quelle passioni che ci rendono schiavi. Veri e propri idoli che in modo inconsapevole “adoriamo” e che ci fanno dimenticare la Sorgente del nostro vero Bene.

Non è facile. È una dura battaglia, perché le forze del Male sono potentemente al lavoro per distoglierci dal nostro cammino di santificazione e strapparci dalle mani di Dio.

Ma a noi sono consegnate delle armi più efficaci, imbattibili, se le sappiamo scegliere: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita… amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui» (Dt 30,19).

La scelta dipende esclusivamente da noi, dall’uso saggio della nostra volontà e della libertà. Solo amando e scegliendo Dio, insieme alle sue leggi, ogni cosa risulterà vincente nella nostra giornata.

Scegliere la vita. Usare con responsabilità la propria libertà nella consapevolezza che questi che viviamo sono tempi che richiedono serietà, attenzione, perché è in corso una forte battaglia tra la Luce e le tenebre. E queste guerre partono innanzitutto dentro di noi, lì dove ancora non siamo riconciliati con noi stessi, con Dio e con il prossimo.

“Quaranta è una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse” dice Benedetto XVI nel suo discorso di inizio Quaresima. “Ma è anche un tempo entro cui occorre decidersi ad assumere le proprie responsabilità senza ulteriori rimandi” perché questo “è il tempo delle decisioni mature”.

È quanto leggiamo anche in un messaggio dello Spirito Santo a Stefania Caterina: “La libertà vi sarà lasciata sempre da Dio, di fronte ad ogni decisione che dovrete assumere nella vita; essa è inviolabile, ed è la vera prerogativa dei figli di Dio. La libertà ha come conseguenza la responsabilità: poiché siete liberi, siete anche perfettamente responsabili delle vostre scelte. Infatti, Dio vi fa conoscere le sue leggi, fin dal momento della creazione le imprime in voi, affinché possiate orientarvi verso il bene, ma la scelta è solo vostra. Egli non interferisce con la vostra libertà, né vi condiziona, poiché siete figli e non schiavi. Siete liberi dunque di scegliere, e siete stati messi in grado di comprendere le conseguenze della vostra scelta, qualunque essa sia. I mali che affliggono la vostra umanità non vengono da Dio, ma dal cattivo uso della vostra libertà. Dio, però, non vi abbandona mai…”

Non possiamo scherzare con la nostra vita, è un dono troppo grande per sciuparlo con superficialità! Dio è già in movimento, l’azione è la sua non la nostra. È il suo spirito che ci purifica, è la sua Parola che ci interpella e svela le menzogne con le quali nascondiamo i nostri comportamenti malati. È Lui la luce, “Luce gentile”, perché non forza mai, non si impone; chiede sempre il permesso e aspetta il nostro sì.

Se ci fidiamo di Lui, del suo modo di operare attraverso le prove che incontreremo sul cammino; se amiamo il sacrificio che tiene a bada quelle piccole e grandi furbizie che ci spingono verso una falsa autonomia, vedremo emergere man mano i sintomi dei nostri mali interiori. Ci sentiremo malati, deboli, ma solo per un momento, il tempo della cura. Dio è la nostra medicina. Se però Gli impediamo di arrivare al punto ammalato, ogni terapia risulterà vana.

“In questi quaranta giorni che ci condurranno alla Pasqua di Risurrezione possiamo ritrovare nuovo coraggio per accettare con pazienza e con fede ogni situazione di difficoltà, di afflizione e di prova, nella consapevolezza che dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo”, continua il Papa nella sua catechesi; “e se saremo stati fedeli a Gesù seguendolo sulla via della Croce, il chiaro mondo di Dio, il mondo della luce, della verità e della gioia ci sarà come ridonato: sarà l’alba nuova creata da Dio stesso”.

Giorni di luce, giorni di grazia. Un clima che non dovrebbe esprimere rigore, nè grigiore, come spesso viene pensata la Quaresima, ma linearità di vita che si nutre di semplicità, di una sobrietà attenta all’essenziale. Uno stile di vita quotidiano che non spreca energie a cercare ciò che è periferico, accessorio, e si concentra “in Dio”, nel silenzio, nella preghiera e nell’ascolto, pur tra tante attività.

Senza fretta, nella quiete interiore. Scopriremo che il deserto non è fatto di nulla, perché è proprio lì che incontreremo Dio, faccia a faccia. Noi saremo noi stessi. E Lui sarà con noi. 

 

 

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Signore, tu mi scruti e mi conosci,

tu sai quando mi siedo e quando mi alzo,

intendi da lontano i miei pensieri,

osservi il mio cammino e il mio riposo,

ti sono note tutte le mie vie.

 (Salmo 138)

È così Signore, tu ci scruti e ci conosci. Il tuo sguardo di luce penetra ogni particella del nostro essere. Nulla lo può schermare.

Cosa vedi, Signore? Cosa trovi nascosto tra le pieghe della nostra vita, spesso accartocciata su se stessa, ma desiderosa sempre di distendersi per poi spiccare il volo, come uccello libero sul mare?

Penetri da lontano i nostri pensieri… Non c’è neanche bisogno di tradurli in suoni, in parole perché tu li possa intendere. È sufficiente lasciare spazio nella mente che tu già li sai. E li leggi, e guardi la confusione che talvolta li confonde perché inutili informazioni dal mondo li contaminano, creando peso e nebbia… Banalità, futili pensieri. Ma solo il tuo pensiero, Signore, regge la nostra vita. E mentre pensi tu ci crei, e ci ricrei, ogni istante. Solo questo conta veramente.

Mentre ci guardi, Signore, osservi il nostro cammino e il nostro riposo… Quanta strada ci sembra di aver fatto nella vita, e quanta ancora ci aspetta prima di ritornare a te, nel tuo abbraccio, dove potremo davvero riposare! È faticosa la strada, talvolta i passi non riescono a muoversi, soprattutto quando la via si fa ripida, sconnessa, tra i tanti problemi che nascono nel nostro giorno. Passi affaticati, passi lenti. E quanti, purtroppo, passi indietro quando rifiutiamo di affrontare le nuove sfide da superare, per procedere sul cammino.

Ma a te Signore sono note tutte le nostre vie. Anche se storte, anche se controverse, anche se spesso, come su un “rondò”, giriamo in tondo e non imbocchiamo mai la via d’uscita che ci porta a meta.

Per questo, invece di scoraggiarci preghiamo per aprirci alla Speranza, e riprendiamo il Salmo:

Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,

provami e conosci i miei pensieri:

vedi se percorro una via di menzogna

e guidami sulla via della vita.


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Un percorso pieno di vita

 di Elena Ricci 

Sono andata a Medjugorje per la prima volta nell’agosto 1990, in tenda, con parte della mia famiglia, dopo aver ascoltato regolarmente, già da alcuni anni, i messaggi che la Gospa donava, ed essere stata precedentemente convertita e formata nella Fede attraverso gli incontri sul Vangelo guidati dai padri gesuiti lungo il corso di dodici anni.

In quell’occasione ho potuto incontrare tutti i veggenti e ascoltare con gli altri pellegrini le loro importanti testimonianze. Poi l’incontro con altre due figure-chiave di Medjugorje, due sacerdoti: p. Slavko, che si dedicava alla cura dei pellegrini con le celebrazioni e le catechesi e p. Jozo, parroco al momento dell’inizio delle apparizioni, che rendeva instancabilmente la sua testimonianza a Tihaljina.

Al mio ritorno, carica della Grazia ricevuta, mi impegnai con fervore a vivere i messaggi così come mi erano stati annunciati. Nell’autunno partecipai al convegno di p. Slavko a Triuggio: “Il peccato come distruzione”. Acquistai molte pubblicazioni allora in commercio e iniziai a leggere quelle di p. Slavko che contenevano meditazioni e preghiere, che mi nutrivano spiritualmente.

Giunsi al libro “Conversando”; diverso dagli altri perché era formato da interviste che il sacerdote faceva a vari personaggi. Esse, in realtà, mi interessavano poco e, proprio quando avevo deciso di lasciarlo, mi imbattei nell’intervista a p. Tomislav Vlasic.

Attraverso le sue parole mi sentii profondamente toccata, provocata e chiamata a rispondere. Mi accorsi che tra i libri acquistati che avevo in casa, alcuni portavano proprio la sua firma. Presi in mano il volume dal titolo “Giovani 2000” e poi “Anime vittime” (Eucaristia vivente). Li lessi.

Non so quanto allora riuscissi a comprendere; però capii che la Madonna, attraverso quelle parole, mi chiamava personalmente, in profondità, a far parte di un suo piano particolare, previsto da Dio per questo tempo. Mi sentii interpellata a rispondere a Lei il mio “sì”.

Lo feci spontaneamente, nel silenzio del mio cuore, il 25 marzo 1992 durante la Messa dell’Annunciazione, in un piccolissimo santuario della mia parrocchia. Dopo poco venni a sapere, attraverso Radio Maria, che a Montesilvano si teneva un convegno condotto da p. Tomislav, per guide di pellegrinaggi e responsabili di gruppi di preghiera. Telefonai, dicendo che mi sarebbe piaciuto partecipare ma ero semplicemente una mamma che pregava con i suoi numerosi bambini. Potei andare.

Conobbi lì p. Tomislav, senza aver prima visto di lui neppure una foto. In lui vidi un grande amore che avvolgeva tutta la sua persona. Mi sentii in sintonia con quanto diceva, ogni cosa corrispondeva alla mia vita, era come scritto dentro di me ed affiorava nel rinnovare il mio “sì” al Signore.

Appresi che p. Tomislav era il terzo sacerdote-chiave dei primi tempi a Medjugorje, inviato lì all’arresto di p. Jozo e che, assieme a p. Slavko, si occupava della cura dei pellegrini, ma in particolare seguiva il gruppo di preghiera che la Madonna aveva voluto e guidava attraverso Jelena per un cammino più profondo, un cammino di consacrazione.

Negli anni successivi partecipai a molti altri ritiri assieme ai miei figli, vidi sorgere la casa Kraljice Mjra a Medjugorje, feci amicizia con chi apparteneva alla Comunità e ne seguii gli avvenimenti.

Non mi son mai sentita né costretta né manipolata in alcun che; al contrario, sia io che la mia famiglia abbiamo sempre respirato un grandissimo rispetto e libertà, in un clima di pace, equilibrio ed armonia. Non ho mai avuto dipendenza dalla persona di p. Tomislav: ogni volta ho incontrato in lui un sacerdote di grandissima umiltà, privo di ogni interesse e ambizione personale.

Le sue parole mi confermavano quello che lo Spirito già risvegliava in me. La sua presenza, la comunione con lui e con chi gli è vicino, mi ha sempre reso partecipe di pace, di gioia e di pienezza nello Spirito Santo, nella semplicità… Dalla prima volta fino ad ora, nei suoi occhi ho sempre e solo visto il desiderio e “l’ansia apostolica” affinché noi rispondessimo con la nostra offerta a Gesù attraverso Maria, per la salvezza dell’umanità.

Questo il percorso che ho seguito senza esitazioni e dubbi in questi vent’anni, accompagnata dalla fede e dalla comunione con le persone che ci hanno creduto: essa è profonda, radicata in Dio e va oltre le occasioni di vedersi e di sentirsi.

Ho attraversato prove nella mia vita: ne ho ricevuto forza, serenità e tutta la mia famiglia ne ha avuto beneficio.  Dalla mia esperienza ritengo fondamentali per Medjugorje le figure di questi tre sacerdoti, testimoni fin dai primi tempi e che, con la loro preghiera, fedeltà ed offerta, sostengono il piano della Madonna.

Mi sento di ringraziarli anche pubblicamente. E naturalmente, ringraziare Dio per tutti questi doni di grazia, che continuano a donare pienezza alla mia vita.


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di Stefania Consoli 

Una ricerca continua. A volte spasmodica e con scarsi risultati. Eppure non ci stanchiamo mai di cercare, perché dentro di noi c’è un desiderio profondo e costante che cadenza la nostra vita, fin dal principio. Essere felici.

L’anelito alla felicità è impresso nella nostra stessa natura, nel nostro Dna spirituale, e continuamente ci spinge a cercare quello stato interiore che la nostra disubbidienza a Dio ha profondamente danneggiato.

Scriveva l’antico poeta Seneca: «Tutti vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così poco facile nella vita raggiungere la felicità, che uno, quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana».

Quanto è vero questo ai giorni nostri, ingolfati di falsi beni che ci attirano, che ci seducono e poi ci lasciano vuoti perché mirano esclusivamente a procurare un temporaneo piacere, e non ad elevare il nostro spirito, che poi è il vero presupposto per essere felici.

E mentre ci illudiamo di alleviare il nostro dolore con mediocri rimedi, continuiamo ad accumulare ferite che ci indeboliscono e ci fanno soffrire: Cari figli, mentre con materna preoccupazione guardo nei vostri cuori, vedo in essi dolore e sofferenza; vedo un passato ferito e una ricerca continua; vedo i miei figli che desiderano essere felici, ma non sanno come…, diceva la Madonna a Mirjana nel messaggio del 2 gennaio scorso.

Quello di cui andiamo in cerca è un bene prezioso, in qualche modo è la somma di molti altri beni, come la pace, la serenità, la gioia di vivere, la leggerezza interiore e il distacco da tutto quello che ci opprime e ci preoccupa. Quando siamo felici ciò che di buono abita in noi si armonizza, raggiunge una pienezza e ci comunica sentimenti nobili, positivi, al punto che tutto il resto sbiadisce e passa in secondo piano.

La verità è che siamo stati creati per essere felici e il nostro spirito desidera solo tornare a quello stato che abbiamo perso nel momento in cui il Male ha fatto ingresso nella nostra vita.

Ma perché non sappiamo come ottenere la felicità? Forse perché la cerchiamo su strade sbagliate… “Apritevi al Padre. Questa è la via alla felicità, la via per la quale io desidero guidarvi. Dio Padre non lascia mai soli i suoi figli e soprattutto non nel dolore e nella disperazione. Quando lo comprenderete ed accetterete sarete felici. La vostra ricerca si concluderà”, aggiunge Maria nel suo messaggio.

Questa è in realtà l’unica cosa che conta veramente. Non la ricerca della felicità fine a se stessa, che tra l’altro può facilmente tramutarsi nel bisogno egoistico di “stare bene”, ma la volontà di trovare la Fonte stessa di ogni bene: Colui che dà origine ad ogni cosa, compresa la felicità: Dio Padre, che è con noi. Sempre. Nella gioia e nel dolore, come si indica agli sposi nel rito matrimoniale. Ma la nostra unione con Dio dovrebbe essere più che sponsale: una comunione totale, perché noi siamo irradiazione della Sua stessa vita che in noi prende carne, forma, volto, identità. Noi siamo figli, e quindi eredi di ogni bene che il Padre possiede. Se stiamo in Lui, ogni cosa sarà al posto giusto, ogni bene ci sarà comunicato e la nostra ricerca “si concluderà”.

In un bellissimo messaggio di Gesù a Stefania Caterina del 20 giugno 2011, troviamo conferma a quanto abbiamo detto finora: “La felicità non vi giunge mai per se stessa, né per se stessa va cercata. Essa è il frutto dello Spirito, e deriva dalla sincera dedizione a Dio e agli altri. Non sarete mai felici se ricercherete la felicità fine a se stessa, magari servendovi di qualche metodo umano. Lo sarete, invece, se cercherete Dio, dal quale scaturisce la pienezza della vita che è la vera felicità”.

Solo un’anima dimentica di sé può essere felice. Solo un’anima che sa che c’è più gioia nel dare che nel ricevere può gustare la vera felicità, che non è solo un fugace e superficiale appagamento, ma è pienezza di vita, è libertà, è beatitudine. Solo un’anima che si offre a Dio in tutta umiltà, potrà essere riempita di tutto questo, ed anche di più.

Purtroppo, però, spesso in noi prevale un’attesa, e talvolta anche una pretesa: che la via della felicità sia larga, accessibile, facile da percorrere. È un’illusione e, tra l’altro, non è neanche la strada di Gesù, che sempre, senza mezzi termini, ci indica il passaggio attraverso una “porta stretta”; un varco angusto che tuttavia ci immette in una dimensione di vita molto più ampia, più profonda, più intensa.

Solo questi passaggi che le prove della vita costantemente ci propongono, ci purificano dalle scorie che portiamo dentro a causa delle ferite accumulate nel passato e che non abbiamo saputo consegnare subito a Dio perché le trasformasse in fonte di perdono, di comprensione, di accettazione dell’offesa.

Il passaggio della porta stretta è previsto per renderci più liberi, autonomi, non soggetti al male ricevuto, ma decisi al bene, per la redenzione nostra e di chi, in modo più o meno consapevole, ci ha causato il male.

Se non vogliamo attraversare questi momenti dolorosi, in cui dobbiamo con umiltà piegare il capo e ammettere i nostri errori, rischiamo in qualche modo di “rimbalzare” indietro, in una condizione di infelicità interiore, di ricerca senza senso. Non saremo più capaci di vedere oltre il muro della prova, dove ci attende un orizzonte luminoso, pieno di speranza. Gesù per portarci al Padre ci propone sempre questo passaggio. È un passaggio obbligato, non può essere un optional…

La felicità che ci aspetta oltre questa barriera è una felicità autentica, duratura, purificata, e la morte che nasce dai nostri comportamenti malati non può più scalfirla, perché quella felicità sarà il frutto della vittoria su noi stessi, sul nostro “io” tiranno. Ed è il vessillo che Dio ci consegna perché abbiamo creduto in Lui, perché ci siamo fidati accogliendo una croce che mordeva il nostro orgoglio, ma che non ci ha sconfitto perché abbiamo accettato di morirci sopra, insieme a Gesù Salvatore.

Quella felicità non ha nulla di terreno: non è l’euforia di un momento che presto svanisce, non è l’emozione che ci fa provare fugaci brividi di piacere, non è neanche un concetto su cui dibattere: è una felicità pacata, profonda, sapiente, e porterà con sé il sapore di eternità, quella che sarà la nostra vera e definitiva beatitudine: «Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (Salmo 83).

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di Lidio Piardi

 Quando il Signore chiama ad un rinnovamento interiore, si riceve un grande dono gratuito, ma in noi nascono spesso resistenze in quanto siamo ancorati alle nostre paure, agli schemi che abbiamo vissuto per anni, pur in buona fede. Di fronte ad un invito che cambia la vita e la visione del quotidiano, però, non possiamo ritrarci.

Dopo essere stati immersi nel nostro lavoro o negli impegni sociali accade di avvertire, a sera, il nostro vuoto interiore; scopriamo, allora, che il Signore vuole per noi una vita bella, nella quale la sua presenza dia un vero significato al tutto. L’azione dello Spirito Santo ci fa dire: “Signore da chi andremo”? affinché si faccia chiara in noi la certezza che non vi è altra strada che Lui.

È Lui la nostra casa, il compimento della vocazione pensata e disegnata per ciascuno, la bellezza più alta che modifica ogni nostra prospettiva. Il Signore è la roccia sulla quale poggiare anche la nostra famiglia ed i figli, quando attraversano la vita con i loro desideri, i sogni e le ineludibili delusioni. Nel silenzio, allora, possiamo fare offerta di noi stessi, sorretti dall’Amore di Dio. Questo non solo per i nostri cari ma anche per chiunque cammina per dare un senso alla propria ricerca.

Viviamo perennemente da assetati e talvolta non abbiamo occhi per vedere la vera Fonte. Ma quale Sorgente ci viene data per attingere l’acqua viva e placare le nostre seti!… La sete spirituale, di amore, di comunione, di incontri veri.

Tutti desideriamo la pace interiore ma questa è un dono di Dio che va alimentato attraverso la preghiera e l’incontro personale con Gesù Cristo. Egli ci invita a realizzare la nostra umanità e, attraverso la sua immagine gloriosa, a moltiplicare il bene di cui siamo capaci. Anche nelle nostre Comunità è tempo di ritrovare unità, nell’ascolto della Parola e nella condivisione delle gioie e delle croci quotidiane. San Paolo, nella lettera ai Romani, invita espressamente a salutarsi gli uni gli altri con il bacio santo, segno di comunione nella stessa fede.

La Madonna ci apre il cuore e ci indica la via per incontrare suo Figlio ed abbracciare gli altri in una dimensione profonda. Nulla accade per caso e Medjugorje per molti è stato, ed è tuttora, il luogo della ripartenza, del fare verità nella propria vita, crogiuolo per percorrere strade nuove.

Il Signore ci fa dono di esempi luminosi, di uomini e donne che si fanno offerta, che si consacrano, pur nei limiti e nella fatica del quotidiano, a conferma che a tutti è data la possibilità di conversione e di amore. Il giovane S. Agostino, pensando ai primi santi, si chiedeva: “Si isti et istae, cur non ego”? – ossia se questi e queste sono stati capaci di tanto, perché io no?

Che la pace di Dio entri davvero nei nostri cuori e ci modelli sempre più a Lui.


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di Chiara Bernardi

Con il battesimo tutti abbiamo ricevuto la chiamata a diventare creatura nuova e a partecipare al sacerdozio di Cristo. Ovviamente, ognuno di noi realizzerà questa chiamata e questa missione in modo diverso, a seconda della nostra originalità e dei doni che abbiamo ricevuto. Tante volte però i cristiani vivono passivamente, non sanno riconoscere la propria missione o pensano che solo pochi ricevano da Dio una chiamata particolare. Ma Dio non chiama qualcuno alla santità e qualcuno ad una vita mediocre! Dio rivolge la stessa chiamata a tutti i suoi figli, e per questo siamo chiamati a capire il valore infinito, universale, di ogni nostra azione e di ogni nostro passo interiore.

Offrirsi per essere trasformati

«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto»  (Rm 12,18-21). Queste parole di san Paolo ci aiutano a capire o ad approfondire il significato dell’offerta della nostra vita a Dio, che è la base della nostra chiamata cristiana. Offrire noi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, non vuol dire morire, ammalarsi o fare qualcosa di particolare, ma significa imparare a vivere come Dio vuole, imparare a consacrare a Dio i nostri corpi, ma anche i nostri sentimenti, le cose che facciamo, le persone e le situazioni collegate con noi. Vuol dire imparare a lasciar entrare Dio nella nostra vita e dare così un valore profondo a tutto ciò che facciamo. San Paolo aggiunge: «è questo il vostro culto spirituale». Il culto è una celebrazione, e il sacerdote è colui che presiede la celebrazione. Per questo vivere l’offerta a Dio vuol dire vivere pienamente il nostro sacerdozio regale, entrare nel sacerdozio di Cristo.

 Una celebrazione viva, nel quotidiano

Se vivere l’offerta vuol dire celebrare un culto spirituale, allora non potremo più vivere l’Eucaristia come qualcosa di staccato dalla nostra vita, da ciò che facciamo nella giornata. Al contrario, la nostra giornata dovrebbe essere un prolungamento dell’Eucaristia, un dare vita ai sacramenti che riceviamo.

Come possiamo vivere il sacerdozio regale nella nostra vita? Come far diventare culto, celebrazione le cose semplici che siamo chiamati a fare ogni giorno? Dobbiamo semplicemente imparare a fare nella nostra giornata gli stessi passi che siamo chiamati a fare in ogni Eucaristia: aprirci per vivere un incontro profondo con Gesù nella Messa, dovrebbe prepararci ad aprirci agli altri, a incontrare gli altri in Dio. Ricevere il perdono di Dio dovrebbe insegnarci a perdonare, ad aiutare gli altri a liberarsi da tanti pesi e da tanti sensi di colpa che li opprimono. Ascoltare la Parola di Dio dovrebbe portarci ad ascoltare tutti, a non chiuderci nelle nostre idee, ad aprirci alla comunione. Vivere il momento della consacrazione Eucaristica dovrebbe insegnarci a consacrare a Dio ogni nostro lavoro, ogni incontro, ogni pensiero o progetto. Ricevere la benedizione di Dio deve risvegliare in noi la chiamata ad essere benedizione. Ogni battezzato dovrebbe saper trasmettere la benedizione al creato, alle persone, alle situazioni incontrate ogni giorno, allontanando così il male. Se riusciremo a fare questi passi nella vita quotidiana, allora sperimenteremo la bellezza dell’offrirci insieme a Gesù nella Santa Messa, e sentiremo che realmente Gesù eleva al Padre tutto quello che abbiamo vissuto e cercato di offrire nella nostra giornata.

L’Eucaristia è un evento cosmico

«Per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» continua san Paolo nella sua lettera ai Romani (Rm 12,18.21). L’Eucaristia è un evento cosmico. Il sacerdote che celebra, abbraccia nel sacrificio eucaristico tutta l’umanità, vivi e defunti. Anche noi, se vogliamo vivere pienamente il nostro sacerdozio regale, dobbiamo desiderare il bene per tutti, lasciare i nostri giudizi e fare di tutto per aiutare gli altri, per vivere in pace con tutti. San Paolo dice: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene». Solo Gesù Cristo ha potere sul male; se noi, mediante l’offerta viviamo uniti a Lui, allora sperimentiamo la sua forza in noi. E più crescerà in noi l’amore di Dio, più sapremo vincere e allontanare il male da noi e dagli altri.

Non possiamo vincere il male con le nostre forze e tante volte non possiamo neanche risolvere o cambiare le situazioni negative. Ma se viviamo l’unione con Dio sperimenteremo che anche nella sofferenza il male non avrà potere su di noi, cioè non ci allontanerà da Dio, non spegnerà in noi la fede.

Un’accoglienza rispettosa

«Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non essere causa di inciampo o di scandalo al fratello» (Rm 14,1.12-13).

La maturità spirituale si esprime nel saper accogliere e rispettare gli altri, a qualsiasi livello si trovino. Per sapere come comportarci basta riflettere su come il Signore si è comportato e si comporta con noi. Gesù ci ha avvicinati ed accolti anche quando eravamo lontani da Lui; non ci ha mai umiliati, neanche quando non eravamo in grado di capire le sue parole, ma si è chinato sulla nostra piccolezza, aiutandoci a crescere e a maturare gradatamente.

Gesù instaura con noi un rapporto personale, senza paragonarci ad altri, senza metterci in competizione con altri. Anche noi dovremmo imparare a comportarci come Lui, dovremmo saper avvicinare gli altri con la sua stessa delicatezza, accogliendoci così gli uni gli altri con rispetto ed amore.

 


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di p. Kresimir Busic

Se con la mente ripercorriamo i diversi passaggi biblici che hanno scandito il Tempo di Natale, possiamo facilmente notare la forte e costante iniziativa di Dio.

Innanzitutto il Signore manda l’arcangelo Gabriele a Maria Santissima; poi rivela a Giuseppe la presenza del Messia nel grembo della sua sposa. Attraverso il suo messaggero, Dio profetizza a Zaccaria la nascita di Giovanni, mentre Elisabetta, per rivelazione personale, adora il bambino nel grembo di sua cugina Maria. Gli angeli invitano i pastori ad adorare il Salvatore appena nato. I Magi, grazie ad una guida sopranaturale, giungono a Betlemme e, dopo essere stati avvertiti in sogno da Dio, al ritorno cambiano strada per non mettere in pericolo la vita del piccolo Re. Giuseppe, dopo essere stato svegliato dalla mano di Dio e avvertito di prendere la moglie e il figlio e di andare in Egitto, viene anche informato sulla fine terrena di Erode e chiamato a ritornare in patria. Il vecchio Simeone, infine, viene ricolmato dallo Spirito Santo nel momento in cui la Sacra Famiglia faceva il suo ingresso nel tempio…

Non mi soffermo sulla storicità di questi fatti. Desidero piuttosto evidenziare la perfetta guida di Dio nella vita degli uomini che lo amano, come mostrano gli eventi appena elencati, dove è più difficile non riconoscere l’iniziativa di Dio che non il contrario.

Purtroppo però, noi spesso siamo ripiegati su noi stessi e difficilmente sperimentiamo la verità indiscutibile della perfetta guida del Signore nella nostra stessa vita. Facciamo invece molto affidamento sull’espressione: “Aiutati che Dio ti aiuta…” – un modo di dire utile a sostenere quello che spetta fare a noi, attraverso quei doni che abbiamo fin dalla nascita – ma che non è sufficiente in quelle situazioni in cui il nostro passo deve assolutamente seguire il passo di Dio.

È quello che si è verificato anche nella vita di san Giuseppe. Egli, che era il meglio che Dio potesse trovare sulla terra per svolgere il compito di padre putativo di Gesù, a un certo punto si è trovato a riflettere da solo su come risolvere la situazione causata dalla gravidanza insolita della sua sposa. L’unica soluzione saggia che avesse potuto trovare era una via di mezzo tra la severa legge mosaica e la propria giustizia: licenziarla in segreto.

Pur essendo un uomo buono come nessun altro nell’Israele di quel tempo, anche lui si è trovato ad attraversare la notte buia della Passione per essere in grado di riconoscere che solo Dio è giusto (quanto più è grande il compito affidato ad un’anima, tanto più questa deve essere umile e pulita!). E nonostante il cammino di fede percorso fino a quel momento, il Signore ha dovuto sottoporlo ad una prova superiore alle sue capacità di capire, di pensare, di agire, perché imparasse, attraverso quell’esperienza dolorosa, qualcosa di nuovo: cedere il passo a Dio e lasciare fare a Lui.

In pochissimi istanti tutta l’esistenza di Giuseppe è cambiata: un capovolgimento in tutti i sensi! Poco prima, vedendo la propria sposa incinta, si sentiva crollare tutto il mondo addosso: era deluso da lei, avvertiva il peso della delusione dei parenti, della futura umiliazione da parte dei compaesani… In Maria vedeva semplicemente l’opera del peccato. Pensava quindi di riparare il danno come poteva, con le sole proprie forze.

Ma in quella lotta interiore, nel momento disperato della riflessione, Dio interviene: «Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,20ss).

In Giuseppe tutto è capovolto: da un evento che poco prima credeva opera del peccato, passa alla rivelazione che proprio quell’evento è l’Opera santa di Dio e che il Signore lo aveva trovato degno di questo compito. Aveva toccato il fondo dell’umiliazione e della sofferenza affrontando una lotta immane, che lo aveva purificato negli strati più profondi del suo essere, ma ora: “Non temere tutto è guidato da Dio, è maturato il tempo per il Salvatore, per il Messia!”.

Quale gioia, quale trasformazione, quale esperienza dell’iniziativa di Dio! Per Giuseppe da questo momento, Dio non è più nel tempio o in Gerusalemme; per lui si è aperta una dimensione completamente nuova: Dio è con lui. Dio è nella sua sposa, nella sua casa e a lui è stato affidato il Figlio di Dio, per custodirlo e farlo crescere.

Dall’esperienza vissuta, il santo Giuseppe ha imparato una lezione che varrà per tutta la vita.

Questa esperienza lo cambia definitivamente e d’ora in poi egli seguirà il passo di Dio insieme alla sua sposa.

È un esempio vivo quello di san Giuseppe, valido per tutti gli uomini di ogni generazione, che ci fa comprendere come arrivare a quella dimensione interiore dove è Dio a guidare la nostra vita, secondo i suoi piani di salvezza.

Credo che stia maturando il tempo, ed è questo, che le persone dovrebbero permettere sempre di più questa guida di Dio, vivere alla scuola dello Spirito Santo, diversamente saranno sempre di più in balia della confusione che oggi regna un po’ ovunque.

«Solo in Dio riposa l’anima mia», dice il salmista. Io potrei aggiungere: “Solo Tu, Signore, istruisci l’anima ad amare come ami Tu. Solo Tu fai riscoprire la legge della vita iscritta nei nostri cuori. Fa’ che anche noi come san Giuseppe, sappiamo lasciarti spazio per la tua azione affinché si compiano in noi tutte le tue promesse. Fa’ che sperimentiamo sempre più un abbandono profondo e l’offerta che ci eleva alla dignità dei tuoi figli. Donaci la capacità interiore di leggere nella tua luce i segni del nostro tempo e fa’che riscopriamo una volta per sempre, la nostra identità e la missione che ne consegue”.

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