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di Stefania Consoli

Gli occhi puntati verso il cielo. Attenti, a scrutare le perfette combinazioni di quegli astri che il Creatore come brina sul campo ha disseminato per tutto l’universo. Più grandi, più piccoli; più o meno luminosi. Brillanti o fiochi, di un bianco argenteo che li rende attraenti ed eleganti. Altri, sfumati di leggere tinte rosate o tendenti all’azzurro.

Per secoli, nella vasta oscurità del cielo notturno, i marinai guardavano le stelle come ad una bussola infallibile che indicava loro la giusta direzione. Osservavano, prendevano le misure e calcolavano la rotta senza esitazioni. Non potevano sbagliare, perché nel firmamento nulla è a caso, ogni cosa è collocata al posto giusto: ogni elemento è a sé, e contemporaneamente unito a tutto il resto perché si possa leggere un disegno che rimanda altro, che conduce sempre oltre

Come sarebbe bello avere lo sguardo dei marinai! Carico di saggezza, semplice, ma soprattutto umile, perché capace di sollevarsi verso ciò che lo sovrasta per trovare le risposte sul cammino. Come sarebbe bello che questo sguardo s’imprima nei nostri occhi quando attraversiamo la notte del dubbio, della paura, dell’incertezza. Proprio allora dovremmo essere in grado di staccarlo dalla terra per incontrare quelle luci che Dio ha acceso in cielo per noi; perché il mondo spesso è buio, oppresso dalle tenebre e non ci sono più i riferimenti: «Levate in alto i vostri occhi
 e guardate: chi ha creato quegli astri?
 Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito
 e li chiama tutti per nome;
 per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza 
non ne manca alcuno» (Isaia 40,26).

Ma se le stelle ci sanno guidare nei nostri tragitti terreni, sulle vie spirituali ci sono donate altre “luci”, capaci di aumentare con la loro azione la nostra capacità di orientamento. Sono i profeti, uomini e donne che in ogni tempo, vengono scelti dal Cielo per farci conoscere il pensiero di Dio, i suoi desideri, i suoi inviti e suggerimenti: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, 
la luna e le stelle che tu hai fissato,

 che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, 
il figlio dell’uomo, perché te ne curi? 

Eppure l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato.

 Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani…».

Sono dei veri e propri “punti luce”, che anche oggi, in questo tempo contorto e confuso, rischiarano l’orizzonte ai nostri passi, mostrano nuove vie da prendere per arrivare “a casa”, al porto che ci aspetta: il Cuore stesso di Cristo, l’Astro del Cielo per eccellenza:Io sto preparando intensamente lo spirito dei figli di Dio, ed oriento l’intera creazione verso il ritorno glorioso di Cristo. Tutti voi siete impegnati a preparare la nuova creazione, ma essa non verrà prima che Gesù ritorni nella sua gloria. Per questo vi ho detto che è il tempo dei profeti, perché è giunta l’ora che io risvegli il mio popolo. Esso giace assopito, stordito da tante parole senza vita, confuso da maestri e dottori che non parlano d’altro che di se stessi, ed imprigionano i figli di Dio nelle fitte trame delle loro ambizioni” (lo Spirito Santo a Stefania Caterina, 24 giugno 2012).

Parole ispirate, che aprono nuovi tratti di strada per l’umanità in cammino verso il Regno. Se però noi non le ascoltiamo, ci sarà il rischio di continuare a girare su noi stessi, intorno ai nostri piccoli e grandi drammi, a volte solo gonfiati dalla preoccupazione che sempre ci minaccia nel profondo. Non ci fidiamo e per questo ci blocchiamo. Non sappiamo più andare avanti.

Accogliamo i profeti, permettiamo loro di realizzare il compito che Dio ha affidato alla loro sensibilità. Ed anche rendiamo attivo il dono della profezia che abbiamo ricevuto nel Battesimo, lasciando che lo Spirito Santo si esprima attraverso la nostra originalità. Non siamo consapevoli di quanta ricchezza Dio ha depositato nelle nostre anime, un tesoro che rischia di perdere il suo valore se non viene messo a frutto attraverso la nostra offerta, attraverso la disponibilità a lasciarci usare secondo le nostre peculiarità, i nostri doni. Soprattutto in questo tempo in cui l’umanità sta navigando in acque che nascondono molte insidie, dobbiamo ascoltare Dio che ci parla in modo chiaro e diretto, per sapere come affrontare e superare le onde alte, le mareggiate e gli improvvisi gorghi, e imparare ad usare la stessa autorità di Cristo che con un semplice

comando placava la furia della tempesta. Solo allora potremo riprendere con celerità e rinnovata speranza la nostra rotta verso la “nuova terra” che Dio ha già preparato per noi.

Ascoltiamo soprattutto la Madre coronata da dodici stelle, che a Medjugorje ogni giorno “buca il cielo” per arrivare fino a noi e per farci comprendere il disegno di Dio per il futuro, nostro e dell’intera umanità. Quel cielo che ogni notte si riempie di stelle lucenti, ci offre la Stella del Mattino, la luce più fulgida di tutto l’universo.

E allora è davvero tornato il tempo di fare come i marinai. Non sono le carte compilate dagli “esperti”, le rotte ben tracciate da tecnologie sempre più raffinate. Tutto è scritto in cielo, insieme ai nostri nomi. Dobbiamo solo sollevare lo sguardo e imparare a decifrare il linguaggio delle stelle.

Io credo, Signore,

che alla fine della notte

non c’è la notte, ma l’aurora;

che alla fine dell’inverno,

non c’è l’inverno, ma la primavera;

che al termine dell’attesa,

non c’è ancora attesa, ma l’incontro.

 JULES FOLLIET

 

 

Come una rosa

di Stefania Consoli

E anche quest’anno sono tornate a fiorire le rose.

Sembrerebbe normale, un appuntamento consueto di maggio. Ma noi, in realtà, non sappiamo cosa la pianta ha dovuto affrontare nei gelidi mesi invernali. Eppure, puntuali, anche quest’anno le rose sono tornate a fiorire. La vita custodita in loro non poteva più attendere. Era pronta a sbocciare al momento previsto. Né prima, né dopo. Ora.

Splendide nel loro turgore. I petali uno dopo l’altro si dispiegano in una perfetta armonia. Colori che sembrano velluto: forti, tenui, brillanti; una gamma di tinte e di forme che donano ai fiori un fascino tutto speciale, quasi regale.

La natura ci dona continuamente sapienti lezioni di vita. Nel rispondere con docilità alle leggi che l’hanno creata, pare infatti volerci dire: “Uomo, perché ti affliggi sconsolato nelle tue difficoltà? Perché nei tuoi inverni, nelle gelate che irrigidiscono i tuoi giorni, nei venti freddi dei problemi che investono il tuo cammino tu, uomo, ti scoraggi? Non ricordi più le primavere che ti hanno visitato negli anni? Hai forse dimenticato quello che è scritto proprio per te nel Vangelo: «Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro…» (Mt 6,28-29).

Il fatto è che noi uomini, gonfi della nostra presunzione, non vogliamo sottometterci umilmente a quelle leggi che regolano l’universo intero in tutti i suoi aspetti, dai più maestosi a quelli più minuti. Pretendiamo di governare la nostra vita con le poche conoscenze che abbiamo e spesso, pur di controllarne il corso, la manipoliamo alterandola nei suoi delicati equilibri. E infine, quando vediamo che sono del tutto compromessi, ci ripieghiamo sui mali che noi stessi ci siamo procurati.

Non rimane, allora, che imparare dalle rose…

Dobbiamo comprendere, una volte per tutte, che solamente il Signore della Vita ha la potenza di ristabilire l’ordine che abbiamo perduto. Solo Dio può farci rientrare in quell’armonia alla quale tutti aneliamo perché scritta nella nostra anima; mentre noi, smarriti nel caos di un’esistenza ritmata da regole inventate da altri uomini, rischiamo di perdere del tutto i punti di riferimento, come aghi di bussole impazzite.

Nel tempo della “crisi di tutto”, oggi però, Dio ritorna con potenza per riportare le sue creature a quella vita integra e pulita che aveva pensato per ognuno di noi. La nostra disubbidienza a Dio l’aveva ferita mortalmente, la nostra ubbidienza a Gesù Cristo, ora, potrebbe farla sbocciare a vita nuova, risorta.

Dobbiamo per questo offrire a Lui le nostri croci, rimanendo pazienti e fiduciosi in quelle sofferenze che a volte ci lacerano il corpo, il cuore, lo spirito, nella certezza che l’amore con cui sopportiamo le conseguenze della nostra disubbidienza, ci purifica e permette a Cristo di consegnarci all’abbraccio tenero del Padre.

Ci vuole tanta umiltà per fidarci di Dio. Spesso vogliamo cercare il rimedio al nostro dolore con poveri mezzi umani, in fretta, per non sentire il peso della sofferenza; ma il più delle volte non facciamo che imbrogliare la matassa dei nostri problemi. E ci assale l’angoscia, l’inquietudine, persino la disperazione.

Siamo proprio ciechi. O forse solo concentrati solo su noi stessi al punto da non riuscire a vedere che nel mondo è in corso un vero e proprio attentato alla Speranza da parte di un sistema di poteri – politici, economici, sociali – che vuole farci perdere di vista la Verità; cioè che solo Dio ha la potenza di portare a compimento la nostra vita, perché Lui l’ha pensata per noi, e per ognuno ha previsto una piena fioritura. Come le rose.

È tempo di speranza. È tempo di credere che possiamo farcela se ci doniamo a Gesù, l’Uomo nuovo, modello per ognuno di noi. Che cosa in realtà dovremmo fare possiamo ascoltarlo da Lui stesso: nel suo Vangelo, nelle rivelazioni consegnate ai profeti di ogni tempo, nella sapienza dello Spirito Santo che soffia in continuo su ognuno di noi e si comunica nelle parole di Sua Madre che qui, sulla terra, non smette di parlare… E poi attraverso gli angeli, i santi, le anime dei giusti che vivono nella Verità e desiderano trasmetterla a noi attraverso la comunione nello Spirito.

Ma ciò che è più eloquente, è la strada che ha Gesù stesso ha scelto: quella della Croce, l’unico strumento capace di sconfiggere definitivamente satana con la sua morte, e che apre l’accesso alla vita senza fine: “Anche se il male sembra prevalere sul vostro pianeta”, dice lo Spirito Santo a Stefania Caterina, “l’azione di Dio è costante e silenziosa nel vostro spirito. Se donate la vita a Gesù, attraverso il Cuore Immacolato di Maria, affidando a lui tutto il vostro essere, Egli farà sì che le leggi della vita funzionino in voi, al di là di ciò che potete comprendere… A voi tocca solo aprire le porte a Gesù, affinché compia in voi la sua opera insieme a me, lo Spirito Santo. Sarete protetti e aiutati in tutto, e già ora sperimenterete l’appartenenza ad una dimensione nuova, quella dello spirito, che vi attende al termine della vita terrena. Non risolverete i vostri problemi spirituali e fisici fino a che non vi affiderete totalmente a Dio! Solo così potrete sconfiggere il male, che tenta in ogni modo di alterare in voi l’armonia delle leggi divine. Quando Dio sarà il Signore della vostra vita, allora anche voi potrete dominare le forze avverse, e regnare con Cristo già qui sulla Terra, elevando a Lui tutto ciò che vi appartiene e vi circonda. Non dimenticate che siete un popolo regale e sacerdotale, perché, uniti a Cristo, partecipate pienamente alla gloria di Dio, la gloria che Egli ha posto nei suoi figli” (dal Messaggio La luce della vita, 6 marzo 2012).

 Convinti che le sofferenze del tempo presente non sono adeguate alla gloria futura che si manifesterà in noi (Rm 8,18), forti nella fede, aspettiamo la beata speranza e l’avvento glorioso del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo (Tt 2,13), che trasformerà il nostro misero corpo per conformarlo al Suo corpo glorioso (Fil 3,21).

di Stefania Consoli

Gerusalemme, la Santa Città di Davide, ha aperto le sue porte. Il percorso attraverso la Quaresima è compiuto. Il deserto è già alle nostre spalle. Ci è stata data grazia in abbondanza. Grazia di verità su noi stessi. Grazia di intelligenza dei misteri di Dio. Grazia di luce, per individuare in noi quello doveva essere corretto o eliminato.

Il Maestro ora sale con determinazione verso il luogo in cui “consumerà la sua Pasqua”: l’uliveto nel Getsemani, il Golgota, il sepolcro che lo conterrà per poco, prima di essere scardinato dalla potenza incredibile della Resurrezione. E con lui anche le nostre tombe.

Cristo ha ubbidito al Padre in questo tempo. Nel deserto che siamo riusciti a offrirgli dentro di noi ha combattuto il Tentatore, ha digiunato dagli eccessi che lo avrebbero distratto, ha pregato e si è preparato a compiere l’atto finale,  faccia a faccia con la morte, per abbatterla. Definitivamente.

Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria» (Salmo 23). Ora è il tempo di aprire le porte del nostro santuario interiore, il nostro spirito, la nostra parte più intima, dove Gesù vivrà il gesto più alto dell’amore: «Dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Il suo ingresso, si sa, è umile nonostante il clamore della folla con le palme tra le mani. Ma è anche determinato, deciso, non può voltarsi indietro: il Messia deve andare fino in fondo, perché per questo è nato. La terra attende la liberazione…

Siamo noi la terra da liberare. Noi il popolo infedele che ogni giorno, nel deserto delle nostre giornate, si costruisce idoli e amuleti da adorare. Noi il tempio da restaurare. Noi la legge da realizzare e portare a compimento. Noi i figli da redimere e riportare al Padre. Noi, nel nostro spirito, nell’anima, nel cuore. Ed anche nel corpo, avvelenato dagli effetti del Male che ci opprime…

Cristo è pronto a consumare la sua Pasqua. Affrettiamoci, dunque, ad aprire tutto quello che in noi vediamo ancora chiuso. Presto splenderà di gloria. Presto ospiterà la vita nuova, eterna, purificata e risorta.

Affrettiamoci, e l’Agnello – Sacerdote sommo – eleverà la sua offerta sull’altare della nostra vita, perché diventi sacrificio di lode, vivente, pulsante di gioia e soprattutto, gradito al Padre.

Solo questo, e nient’altro, ci può davvero donare libertà. E una gioia piena, profonda e indissolubile penetrerà il nostro spirito e ci farà fiorire, come un prato che sboccia in primavera. A tutti voi, di vero cuore, auguri di una Pasqua santa e benedetta!

di Stefania Consoli

 

Tutto è pronto. Tutto ben misurato e adatto a ciascuno di noi. Dio ci ha guardato nel profondo e ha scelto per ognuno giorni ricchi di situazioni che potrebbero cambiare radicalmente il nostro cuore. Perché spesso è “di pietra”. E invece ci vuole un cuore morbido e ubbidiente per sperare resurrezione. Alla fine di questi giorni. Quaranta per l’esattezza.

Ci stanno davanti, uno dopo l’altro, pronti ad essere vissuti con buona volontà e gratitudine. Li accompagna una grazia tutta particolare, capace di raggiungere gli angoli più oscuri del nostro essere: quelli che hanno ancora paura della Luce perché non vogliono che si scopra il peccato che vi è annidiato, insieme alle antiche ferite mai consegnate a Dio e quindi incapaci di perdono; insieme alle nostre rabbie, alle frustrazioni, alle ribellioni che si sono accumulate nella nostra vita perché non ci siamo sentiti amati, né capiti e neppure accolti. Ed è proprio lì che c’è bisogno di luce, per cominciare a fare pulizia.

Preziose opportunità. Piccole e grandi chances di conversione, di revisione di vita, di riesame di quei sentimenti che spingono il nostro cuore a dipendere dalle cose che il mondo ci propone, e che noi accettiamo per non sentire il vuoto che la nostra infedeltà a Dio ci crea nell’anima: «Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» dice Mosé al popolo che lo ha seguito per quarant’anni nel deserto, «oggi, perciò, io ti comando di camminare per le sue vie, di osservare le sue leggi… Ma se il tuo cuore si volge indietro e se ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli… non avrete vita lunga» (Dt 30,15-17).

Sono parole che la liturgia ci pone innanzi proprio al’inizio del cammino quaresimale, punto in cui ci apprestiamo anche noi ad addentrarci nel nostro deserto per combattere quelle passioni che ci rendono schiavi. Veri e propri idoli che in modo inconsapevole “adoriamo” e che ci fanno dimenticare la Sorgente del nostro vero Bene.

Non è facile. È una dura battaglia, perché le forze del Male sono potentemente al lavoro per distoglierci dal nostro cammino di santificazione e strapparci dalle mani di Dio.

Ma a noi sono consegnate delle armi più efficaci, imbattibili, se le sappiamo scegliere: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita… amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui» (Dt 30,19).

La scelta dipende esclusivamente da noi, dall’uso saggio della nostra volontà e della libertà. Solo amando e scegliendo Dio, insieme alle sue leggi, ogni cosa risulterà vincente nella nostra giornata.

Scegliere la vita. Usare con responsabilità la propria libertà nella consapevolezza che questi che viviamo sono tempi che richiedono serietà, attenzione, perché è in corso una forte battaglia tra la Luce e le tenebre. E queste guerre partono innanzitutto dentro di noi, lì dove ancora non siamo riconciliati con noi stessi, con Dio e con il prossimo.

“Quaranta è una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse” dice Benedetto XVI nel suo discorso di inizio Quaresima. “Ma è anche un tempo entro cui occorre decidersi ad assumere le proprie responsabilità senza ulteriori rimandi” perché questo “è il tempo delle decisioni mature”.

È quanto leggiamo anche in un messaggio dello Spirito Santo a Stefania Caterina: “La libertà vi sarà lasciata sempre da Dio, di fronte ad ogni decisione che dovrete assumere nella vita; essa è inviolabile, ed è la vera prerogativa dei figli di Dio. La libertà ha come conseguenza la responsabilità: poiché siete liberi, siete anche perfettamente responsabili delle vostre scelte. Infatti, Dio vi fa conoscere le sue leggi, fin dal momento della creazione le imprime in voi, affinché possiate orientarvi verso il bene, ma la scelta è solo vostra. Egli non interferisce con la vostra libertà, né vi condiziona, poiché siete figli e non schiavi. Siete liberi dunque di scegliere, e siete stati messi in grado di comprendere le conseguenze della vostra scelta, qualunque essa sia. I mali che affliggono la vostra umanità non vengono da Dio, ma dal cattivo uso della vostra libertà. Dio, però, non vi abbandona mai…”

Non possiamo scherzare con la nostra vita, è un dono troppo grande per sciuparlo con superficialità! Dio è già in movimento, l’azione è la sua non la nostra. È il suo spirito che ci purifica, è la sua Parola che ci interpella e svela le menzogne con le quali nascondiamo i nostri comportamenti malati. È Lui la luce, “Luce gentile”, perché non forza mai, non si impone; chiede sempre il permesso e aspetta il nostro sì.

Se ci fidiamo di Lui, del suo modo di operare attraverso le prove che incontreremo sul cammino; se amiamo il sacrificio che tiene a bada quelle piccole e grandi furbizie che ci spingono verso una falsa autonomia, vedremo emergere man mano i sintomi dei nostri mali interiori. Ci sentiremo malati, deboli, ma solo per un momento, il tempo della cura. Dio è la nostra medicina. Se però Gli impediamo di arrivare al punto ammalato, ogni terapia risulterà vana.

“In questi quaranta giorni che ci condurranno alla Pasqua di Risurrezione possiamo ritrovare nuovo coraggio per accettare con pazienza e con fede ogni situazione di difficoltà, di afflizione e di prova, nella consapevolezza che dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo”, continua il Papa nella sua catechesi; “e se saremo stati fedeli a Gesù seguendolo sulla via della Croce, il chiaro mondo di Dio, il mondo della luce, della verità e della gioia ci sarà come ridonato: sarà l’alba nuova creata da Dio stesso”.

Giorni di luce, giorni di grazia. Un clima che non dovrebbe esprimere rigore, nè grigiore, come spesso viene pensata la Quaresima, ma linearità di vita che si nutre di semplicità, di una sobrietà attenta all’essenziale. Uno stile di vita quotidiano che non spreca energie a cercare ciò che è periferico, accessorio, e si concentra “in Dio”, nel silenzio, nella preghiera e nell’ascolto, pur tra tante attività.

Senza fretta, nella quiete interiore. Scopriremo che il deserto non è fatto di nulla, perché è proprio lì che incontreremo Dio, faccia a faccia. Noi saremo noi stessi. E Lui sarà con noi. 

 

 

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Signore, tu mi scruti e mi conosci,

tu sai quando mi siedo e quando mi alzo,

intendi da lontano i miei pensieri,

osservi il mio cammino e il mio riposo,

ti sono note tutte le mie vie.

 (Salmo 138)

È così Signore, tu ci scruti e ci conosci. Il tuo sguardo di luce penetra ogni particella del nostro essere. Nulla lo può schermare.

Cosa vedi, Signore? Cosa trovi nascosto tra le pieghe della nostra vita, spesso accartocciata su se stessa, ma desiderosa sempre di distendersi per poi spiccare il volo, come uccello libero sul mare?

Penetri da lontano i nostri pensieri… Non c’è neanche bisogno di tradurli in suoni, in parole perché tu li possa intendere. È sufficiente lasciare spazio nella mente che tu già li sai. E li leggi, e guardi la confusione che talvolta li confonde perché inutili informazioni dal mondo li contaminano, creando peso e nebbia… Banalità, futili pensieri. Ma solo il tuo pensiero, Signore, regge la nostra vita. E mentre pensi tu ci crei, e ci ricrei, ogni istante. Solo questo conta veramente.

Mentre ci guardi, Signore, osservi il nostro cammino e il nostro riposo… Quanta strada ci sembra di aver fatto nella vita, e quanta ancora ci aspetta prima di ritornare a te, nel tuo abbraccio, dove potremo davvero riposare! È faticosa la strada, talvolta i passi non riescono a muoversi, soprattutto quando la via si fa ripida, sconnessa, tra i tanti problemi che nascono nel nostro giorno. Passi affaticati, passi lenti. E quanti, purtroppo, passi indietro quando rifiutiamo di affrontare le nuove sfide da superare, per procedere sul cammino.

Ma a te Signore sono note tutte le nostre vie. Anche se storte, anche se controverse, anche se spesso, come su un “rondò”, giriamo in tondo e non imbocchiamo mai la via d’uscita che ci porta a meta.

Per questo, invece di scoraggiarci preghiamo per aprirci alla Speranza, e riprendiamo il Salmo:

Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,

provami e conosci i miei pensieri:

vedi se percorro una via di menzogna

e guidami sulla via della vita.


Testimoni del cammino:

Un percorso pieno di vita

 di Elena Ricci 

Sono andata a Medjugorje per la prima volta nell’agosto 1990, in tenda, con parte della mia famiglia, dopo aver ascoltato regolarmente, già da alcuni anni, i messaggi che la Gospa donava, ed essere stata precedentemente convertita e formata nella Fede attraverso gli incontri sul Vangelo guidati dai padri gesuiti lungo il corso di dodici anni.

In quell’occasione ho potuto incontrare tutti i veggenti e ascoltare con gli altri pellegrini le loro importanti testimonianze. Poi l’incontro con altre due figure-chiave di Medjugorje, due sacerdoti: p. Slavko, che si dedicava alla cura dei pellegrini con le celebrazioni e le catechesi e p. Jozo, parroco al momento dell’inizio delle apparizioni, che rendeva instancabilmente la sua testimonianza a Tihaljina.

Al mio ritorno, carica della Grazia ricevuta, mi impegnai con fervore a vivere i messaggi così come mi erano stati annunciati. Nell’autunno partecipai al convegno di p. Slavko a Triuggio: “Il peccato come distruzione”. Acquistai molte pubblicazioni allora in commercio e iniziai a leggere quelle di p. Slavko che contenevano meditazioni e preghiere, che mi nutrivano spiritualmente.

Giunsi al libro “Conversando”; diverso dagli altri perché era formato da interviste che il sacerdote faceva a vari personaggi. Esse, in realtà, mi interessavano poco e, proprio quando avevo deciso di lasciarlo, mi imbattei nell’intervista a p. Tomislav Vlasic.

Attraverso le sue parole mi sentii profondamente toccata, provocata e chiamata a rispondere. Mi accorsi che tra i libri acquistati che avevo in casa, alcuni portavano proprio la sua firma. Presi in mano il volume dal titolo “Giovani 2000” e poi “Anime vittime” (Eucaristia vivente). Li lessi.

Non so quanto allora riuscissi a comprendere; però capii che la Madonna, attraverso quelle parole, mi chiamava personalmente, in profondità, a far parte di un suo piano particolare, previsto da Dio per questo tempo. Mi sentii interpellata a rispondere a Lei il mio “sì”.

Lo feci spontaneamente, nel silenzio del mio cuore, il 25 marzo 1992 durante la Messa dell’Annunciazione, in un piccolissimo santuario della mia parrocchia. Dopo poco venni a sapere, attraverso Radio Maria, che a Montesilvano si teneva un convegno condotto da p. Tomislav, per guide di pellegrinaggi e responsabili di gruppi di preghiera. Telefonai, dicendo che mi sarebbe piaciuto partecipare ma ero semplicemente una mamma che pregava con i suoi numerosi bambini. Potei andare.

Conobbi lì p. Tomislav, senza aver prima visto di lui neppure una foto. In lui vidi un grande amore che avvolgeva tutta la sua persona. Mi sentii in sintonia con quanto diceva, ogni cosa corrispondeva alla mia vita, era come scritto dentro di me ed affiorava nel rinnovare il mio “sì” al Signore.

Appresi che p. Tomislav era il terzo sacerdote-chiave dei primi tempi a Medjugorje, inviato lì all’arresto di p. Jozo e che, assieme a p. Slavko, si occupava della cura dei pellegrini, ma in particolare seguiva il gruppo di preghiera che la Madonna aveva voluto e guidava attraverso Jelena per un cammino più profondo, un cammino di consacrazione.

Negli anni successivi partecipai a molti altri ritiri assieme ai miei figli, vidi sorgere la casa Kraljice Mjra a Medjugorje, feci amicizia con chi apparteneva alla Comunità e ne seguii gli avvenimenti.

Non mi son mai sentita né costretta né manipolata in alcun che; al contrario, sia io che la mia famiglia abbiamo sempre respirato un grandissimo rispetto e libertà, in un clima di pace, equilibrio ed armonia. Non ho mai avuto dipendenza dalla persona di p. Tomislav: ogni volta ho incontrato in lui un sacerdote di grandissima umiltà, privo di ogni interesse e ambizione personale.

Le sue parole mi confermavano quello che lo Spirito già risvegliava in me. La sua presenza, la comunione con lui e con chi gli è vicino, mi ha sempre reso partecipe di pace, di gioia e di pienezza nello Spirito Santo, nella semplicità… Dalla prima volta fino ad ora, nei suoi occhi ho sempre e solo visto il desiderio e “l’ansia apostolica” affinché noi rispondessimo con la nostra offerta a Gesù attraverso Maria, per la salvezza dell’umanità.

Questo il percorso che ho seguito senza esitazioni e dubbi in questi vent’anni, accompagnata dalla fede e dalla comunione con le persone che ci hanno creduto: essa è profonda, radicata in Dio e va oltre le occasioni di vedersi e di sentirsi.

Ho attraversato prove nella mia vita: ne ho ricevuto forza, serenità e tutta la mia famiglia ne ha avuto beneficio.  Dalla mia esperienza ritengo fondamentali per Medjugorje le figure di questi tre sacerdoti, testimoni fin dai primi tempi e che, con la loro preghiera, fedeltà ed offerta, sostengono il piano della Madonna.

Mi sento di ringraziarli anche pubblicamente. E naturalmente, ringraziare Dio per tutti questi doni di grazia, che continuano a donare pienezza alla mia vita.


di Stefania Consoli 

Una ricerca continua. A volte spasmodica e con scarsi risultati. Eppure non ci stanchiamo mai di cercare, perché dentro di noi c’è un desiderio profondo e costante che cadenza la nostra vita, fin dal principio. Essere felici.

L’anelito alla felicità è impresso nella nostra stessa natura, nel nostro Dna spirituale, e continuamente ci spinge a cercare quello stato interiore che la nostra disubbidienza a Dio ha profondamente danneggiato.

Scriveva l’antico poeta Seneca: «Tutti vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così poco facile nella vita raggiungere la felicità, che uno, quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana».

Quanto è vero questo ai giorni nostri, ingolfati di falsi beni che ci attirano, che ci seducono e poi ci lasciano vuoti perché mirano esclusivamente a procurare un temporaneo piacere, e non ad elevare il nostro spirito, che poi è il vero presupposto per essere felici.

E mentre ci illudiamo di alleviare il nostro dolore con mediocri rimedi, continuiamo ad accumulare ferite che ci indeboliscono e ci fanno soffrire: Cari figli, mentre con materna preoccupazione guardo nei vostri cuori, vedo in essi dolore e sofferenza; vedo un passato ferito e una ricerca continua; vedo i miei figli che desiderano essere felici, ma non sanno come…, diceva la Madonna a Mirjana nel messaggio del 2 gennaio scorso.

Quello di cui andiamo in cerca è un bene prezioso, in qualche modo è la somma di molti altri beni, come la pace, la serenità, la gioia di vivere, la leggerezza interiore e il distacco da tutto quello che ci opprime e ci preoccupa. Quando siamo felici ciò che di buono abita in noi si armonizza, raggiunge una pienezza e ci comunica sentimenti nobili, positivi, al punto che tutto il resto sbiadisce e passa in secondo piano.

La verità è che siamo stati creati per essere felici e il nostro spirito desidera solo tornare a quello stato che abbiamo perso nel momento in cui il Male ha fatto ingresso nella nostra vita.

Ma perché non sappiamo come ottenere la felicità? Forse perché la cerchiamo su strade sbagliate… “Apritevi al Padre. Questa è la via alla felicità, la via per la quale io desidero guidarvi. Dio Padre non lascia mai soli i suoi figli e soprattutto non nel dolore e nella disperazione. Quando lo comprenderete ed accetterete sarete felici. La vostra ricerca si concluderà”, aggiunge Maria nel suo messaggio.

Questa è in realtà l’unica cosa che conta veramente. Non la ricerca della felicità fine a se stessa, che tra l’altro può facilmente tramutarsi nel bisogno egoistico di “stare bene”, ma la volontà di trovare la Fonte stessa di ogni bene: Colui che dà origine ad ogni cosa, compresa la felicità: Dio Padre, che è con noi. Sempre. Nella gioia e nel dolore, come si indica agli sposi nel rito matrimoniale. Ma la nostra unione con Dio dovrebbe essere più che sponsale: una comunione totale, perché noi siamo irradiazione della Sua stessa vita che in noi prende carne, forma, volto, identità. Noi siamo figli, e quindi eredi di ogni bene che il Padre possiede. Se stiamo in Lui, ogni cosa sarà al posto giusto, ogni bene ci sarà comunicato e la nostra ricerca “si concluderà”.

In un bellissimo messaggio di Gesù a Stefania Caterina del 20 giugno 2011, troviamo conferma a quanto abbiamo detto finora: “La felicità non vi giunge mai per se stessa, né per se stessa va cercata. Essa è il frutto dello Spirito, e deriva dalla sincera dedizione a Dio e agli altri. Non sarete mai felici se ricercherete la felicità fine a se stessa, magari servendovi di qualche metodo umano. Lo sarete, invece, se cercherete Dio, dal quale scaturisce la pienezza della vita che è la vera felicità”.

Solo un’anima dimentica di sé può essere felice. Solo un’anima che sa che c’è più gioia nel dare che nel ricevere può gustare la vera felicità, che non è solo un fugace e superficiale appagamento, ma è pienezza di vita, è libertà, è beatitudine. Solo un’anima che si offre a Dio in tutta umiltà, potrà essere riempita di tutto questo, ed anche di più.

Purtroppo, però, spesso in noi prevale un’attesa, e talvolta anche una pretesa: che la via della felicità sia larga, accessibile, facile da percorrere. È un’illusione e, tra l’altro, non è neanche la strada di Gesù, che sempre, senza mezzi termini, ci indica il passaggio attraverso una “porta stretta”; un varco angusto che tuttavia ci immette in una dimensione di vita molto più ampia, più profonda, più intensa.

Solo questi passaggi che le prove della vita costantemente ci propongono, ci purificano dalle scorie che portiamo dentro a causa delle ferite accumulate nel passato e che non abbiamo saputo consegnare subito a Dio perché le trasformasse in fonte di perdono, di comprensione, di accettazione dell’offesa.

Il passaggio della porta stretta è previsto per renderci più liberi, autonomi, non soggetti al male ricevuto, ma decisi al bene, per la redenzione nostra e di chi, in modo più o meno consapevole, ci ha causato il male.

Se non vogliamo attraversare questi momenti dolorosi, in cui dobbiamo con umiltà piegare il capo e ammettere i nostri errori, rischiamo in qualche modo di “rimbalzare” indietro, in una condizione di infelicità interiore, di ricerca senza senso. Non saremo più capaci di vedere oltre il muro della prova, dove ci attende un orizzonte luminoso, pieno di speranza. Gesù per portarci al Padre ci propone sempre questo passaggio. È un passaggio obbligato, non può essere un optional…

La felicità che ci aspetta oltre questa barriera è una felicità autentica, duratura, purificata, e la morte che nasce dai nostri comportamenti malati non può più scalfirla, perché quella felicità sarà il frutto della vittoria su noi stessi, sul nostro “io” tiranno. Ed è il vessillo che Dio ci consegna perché abbiamo creduto in Lui, perché ci siamo fidati accogliendo una croce che mordeva il nostro orgoglio, ma che non ci ha sconfitto perché abbiamo accettato di morirci sopra, insieme a Gesù Salvatore.

Quella felicità non ha nulla di terreno: non è l’euforia di un momento che presto svanisce, non è l’emozione che ci fa provare fugaci brividi di piacere, non è neanche un concetto su cui dibattere: è una felicità pacata, profonda, sapiente, e porterà con sé il sapore di eternità, quella che sarà la nostra vera e definitiva beatitudine: «Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (Salmo 83).

di Lidio Piardi

 Quando il Signore chiama ad un rinnovamento interiore, si riceve un grande dono gratuito, ma in noi nascono spesso resistenze in quanto siamo ancorati alle nostre paure, agli schemi che abbiamo vissuto per anni, pur in buona fede. Di fronte ad un invito che cambia la vita e la visione del quotidiano, però, non possiamo ritrarci.

Dopo essere stati immersi nel nostro lavoro o negli impegni sociali accade di avvertire, a sera, il nostro vuoto interiore; scopriamo, allora, che il Signore vuole per noi una vita bella, nella quale la sua presenza dia un vero significato al tutto. L’azione dello Spirito Santo ci fa dire: “Signore da chi andremo”? affinché si faccia chiara in noi la certezza che non vi è altra strada che Lui.

È Lui la nostra casa, il compimento della vocazione pensata e disegnata per ciascuno, la bellezza più alta che modifica ogni nostra prospettiva. Il Signore è la roccia sulla quale poggiare anche la nostra famiglia ed i figli, quando attraversano la vita con i loro desideri, i sogni e le ineludibili delusioni. Nel silenzio, allora, possiamo fare offerta di noi stessi, sorretti dall’Amore di Dio. Questo non solo per i nostri cari ma anche per chiunque cammina per dare un senso alla propria ricerca.

Viviamo perennemente da assetati e talvolta non abbiamo occhi per vedere la vera Fonte. Ma quale Sorgente ci viene data per attingere l’acqua viva e placare le nostre seti!… La sete spirituale, di amore, di comunione, di incontri veri.

Tutti desideriamo la pace interiore ma questa è un dono di Dio che va alimentato attraverso la preghiera e l’incontro personale con Gesù Cristo. Egli ci invita a realizzare la nostra umanità e, attraverso la sua immagine gloriosa, a moltiplicare il bene di cui siamo capaci. Anche nelle nostre Comunità è tempo di ritrovare unità, nell’ascolto della Parola e nella condivisione delle gioie e delle croci quotidiane. San Paolo, nella lettera ai Romani, invita espressamente a salutarsi gli uni gli altri con il bacio santo, segno di comunione nella stessa fede.

La Madonna ci apre il cuore e ci indica la via per incontrare suo Figlio ed abbracciare gli altri in una dimensione profonda. Nulla accade per caso e Medjugorje per molti è stato, ed è tuttora, il luogo della ripartenza, del fare verità nella propria vita, crogiuolo per percorrere strade nuove.

Il Signore ci fa dono di esempi luminosi, di uomini e donne che si fanno offerta, che si consacrano, pur nei limiti e nella fatica del quotidiano, a conferma che a tutti è data la possibilità di conversione e di amore. Il giovane S. Agostino, pensando ai primi santi, si chiedeva: “Si isti et istae, cur non ego”? – ossia se questi e queste sono stati capaci di tanto, perché io no?

Che la pace di Dio entri davvero nei nostri cuori e ci modelli sempre più a Lui.


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